Siate questo, siate quello

Siate questo, siate quello

Parlare di sé ad un pubblico è un’opportunità di cui dispongono le persone o le realtà di successo, qualsiasi essa sia; un esercizio di vanità ed introspezione volto a soddisfare la curiosità di quanti desiderino conoscere le storie vincenti per carpirne i segreti. Quando poi si tratta dei colossi del Web, gli anni di esperienza ci vengono restituiti come una sorta di vademecum del profitto, come se i giovani informatici fossero stati traghettati dal garage di famiglia ai palazzi della Silicon Valley grazie ad una inspiegabile alchimia.

Peccato che gli ingredienti segreti della preziosa alchimia non siano mai indicati nella ricetta.

Se poi si nasce in un Paese sull’orlo della recessione, dove la banda larga è una folta orchestra e l’agenda digitale va a batterie, posso garantire che essere “affamati e folli” è la condizione di partenza e non la strategia di successo. Quando apparentemente tutte le forze in campo sembrano giocare contro, professionalità, originalità ed improvvisazione sembrano essere le migliori armi a cui appellarsi: rifiutare di cuore l’emulazione e l’omologazione per rompere gli schemi.

Confucio diceva: “Scegli un lavoro che ami e non dovrai lavorare neppure un giorno in vita tua”. Noi dell’EgoRego ci siamo fidati e nel 2007 abbiamo scelto di fare così: concretizzare sul Web le buone idee dei nostri clienti. Da allora non riusciamo neanche più a contare gli innumerevoli weekend in ufficio, i cornetti mangiati alle 3 di notte prima di una consegna e i pranzi veloci consumati durante le riunion.  Quel che è certo è che lo rifaremmo ancora. Siamo felici così.

La nostra alba

Non avendo un garage siamo partiti da casa mia, a Roma. Qualche Mac, un designer, un commerciale ed uno sviluppatore. Naturalmente abitare in una grande città e poter far affidamento sulle proprie famiglie sono ammortizzatori che hanno giocato un ruolo chiave per quanto ci riguarda, inutile negarlo.

Il primo problema degno di nota che abbiamo affrontato è stato la scelta del nome della società , vincolata ovviamente al relativo dominio. Non volendo rinunciare alle estensioni “.it/.com/.net”, i nomi a disposizione di senso compiuto o semplicemente “significativi” sono davvero limitati. Dopo aver passato ore ed ore a verificare URL, ci ha raggiunto lo sconforto nel momento di isteria che ci portò a considerare “strofinaccio.it”, scoprendolo anch’esso già registrato da un privato. Fortunatamente da lì a poco Luca (cofondatore della società) – in un momento di illuminazione – ha gridato “EGOREGO”, dal latino maccheronico “Io conduco”. Il nome in effetti, definisce proprio il pubblico al quale ci rivolgiamo: chi conduce un’attività, un’azienda, un’idea.

L’apposizione “SRL” invece trova spiegazione nel significato stesso della formula “a responsabilità limitata”. Perché in un mercato come quello italiano sfido chiunque a desiderare una responsabilità diversa.

Dopo qualche migliaio d’euro speso tra commercialista, notaio, fisco, avvocato e agenzia immobiliare, siamo finalmente riusciti ad approdare nella nostra prima – e meravigliosa – sede.

Gli incontri con il monolite (cit. Odissea nello spazio: 2001)

Abbiamo sempre creduto in un semplice paradigma: capire, progettare, plasmare, comunicare. Quattro colonne portanti sulle quali abbiamo costruito la nostra professionalità ed i nostri risultati. Non è stato e non è facile: abbiamo sbagliato e corretto il tiro più volte (e continuiamo a farlo), ma questa disciplina ci permette di aver piena la rete ogni volta che la ritiriamo in barca.

La prima volta che abbiamo visto il monolite abbiamo capito di dover essere i primi clienti di noi stessi, così oltre ai lavori esterni abbiamo realizzato un nostro portale, Restaurantonclick.it, una start-up dedicata alla ristorazione che nei prossimi giorni festeggerà felicemente la sua nuova versione.

La seconda volta che ci è apparso ha avuto un impatto rivoluzionario sulla nostra piccola società, ci ha insegnato il valore assoluto della comunicazione. Non che prima di allora non ne fossimo coscienti, ma ci ha dato quella dose di fiducia e audacia che ci ha permesso di investire nella creazione di un “reparto di comunicazione&marketing” a sé stante. Tutto questo non solo ci ha fatto incontrare professionalità meravigliose, ma ha completato il nostro sogno: una realtà in grado di eccellere online ed offline, nella creatività e nella tecnica.

Il nostro futuro

Considerando il passato e le fatiche che abbiamo affrontato fino ad ora, non dimenticando le enormi soddisfazioni, siamo consapevoli che il percorso è ancora lungo.  Idee, fiducia, competenza e la consapevolezza di un team solido sono la bussola per orientarci in quel mare sconosciuto che è il futuro.

“Adesso era sovrano del mondo, e non era sicuro di quello che avrebbe fatto in seguito. Ma avrebbe escogitato qualcosa.” (cit. Odissea nello spazio: 2001)

Che errore chiudere Casapound [OT]

Per chi non avesse vissuto gli anni ’90 specifico: “OT” vuol dire Off Topic, ovvero “fuori argomento”. Nei forum si usa per specificare che un determinato post probabilmente non è direttamente collegato con l’argomento principale del thread.

Questo post è OT rispetto agli argomenti che tratto tradizionalmente, ma è al contempo espressione di un pensiero che ritengo incredibilmente necessario per la sopravvivenza di un auspicabile società post-ideologica.

Premessa:

Dopo due anni di lavoro di ricerca, Emanuele Toscano e Daniele di Nunzio hanno pubblicato un libro sul movimento CasaPound. In seguito hanno aperto un blog che “ci permetterà di raccogliere commenti e considerazioni, positivi o negativi, da destra e da sinistra, riguardo al libro. Sarà uno spazio aperto, in cui speriamo tutti sappiano confrontarsi civilmente.”.

Il libro può essere acquistato on-line, al prezzo di 15,00€.

Non ho ancora finito di leggere il libro, invece ho letto il blog, tutti i commenti, l’intervista di Capriccioli ed i relativi commenti, le varie bacheche di Facebook. Inoltre – conoscendo personalmente Emanuele – ho avuto modo di affrontare l’argomento.

Ma veniamo al dunque:

Più dei risultati della ricerca di Emanuele e Daniele mi ha impressionato la violenta reazione che ho avuto modo di constatare sul Web. Il fatto che  i due autori abbiano analizzato e fornito un’interpretazione di un fenomeno come Casapound è stato sufficiente per scatenare un’ondata di reazioni ostili, una vagonata di insulti agli “amici dei fasci“.

Il lavoro è ovviamente orientato allo studio ed alla comprensione del fenomeno dal punto di vista scientifico. In tal senso la lente di ingrandimento utilizzata dai ricercatori non è stata certamente influenzata da appartenenze ideologiche; sarebbe come immaginare che Darwin parteggiò per una tipologia sola di tartarughe o che rifiutò di considerare alcune scimmie nella sua ricerca per semplici antipatie.

Quindi Casapound è stata analizzata senza pregiudizi, con la stessa dignità che si riserva ad un movimento non fascista.

Questo è stato lo scandalo: un pensiero che ho estratto dalle decine di commenti letti sul Web, consiste nel negare il diritto ad essere oggetto di analisi e la dignità di interlocutore a chi “non la pensa come noi”.

Cosa ho capito:

Ho capito che una conquista della post-ideologia deve senz’altro essere l’oggettivazione dei criteri di valutazione delle idee.

Ovvero non bisogna “essere il criterio” e misurare le idee degli altri in relazioni alle proprie, ma occorre stabilire dei criteri oggetivi e comuni con cui confrontare e confrontarsi.

Qual è il nostro scopo? Confrontarci con la democrazia o scoprire “chi è meglio“? Affermare le proprie ragioni o costruirne insieme una comune?Sconfiggere il nemico o sconfiggere il concetto di nemico?

Cosa mi interessa:

Voglio capire quali sono le regole del nostro gioco. Regole condivise e condivisibili alle quali tutti giochiamo e al di fuori delle quali non c’è gioco ma espulsione.

Dopodiché, chi è dentro è dentro e chi è fuori, è fuori. Ma una volta dentro, tutti i giocatori hanno la stessa dignità e possono essere battuti solo giocando, appunto, nel rispetto delle regole.

 

Innovati o muori

Le festitività natalizie invitano alla riflessione ed io non mi sottraggo certo a questo riflesso.

La stanchezza da always-online mi ha invitato a ragionare sul singolare (secondo me) rapporto che hanno creatività e giornalismo online.

Il mio Google Reader gestisce più di 500 iscrizioni a blog, testate locale e nazionali, italiane, internazionali ed intercontinentali, dotate anche di versione cartacea o solo on-line. Sull’iPad ho installato poco più di una decina di applicazioni di magazine l’edicola è altrettanto carica di iscrizioni. Eppure, essendo onesti: ultimamente l’innovazione nel giornalismo multimediale è un miraggio.

Le “grandi testate” si copiano l’una con l’altra differenziandosi per pessime trovate tecno-horror come sfondi pubblicitari in movimento o copiando video di Youtube senza citare la fonte, le testate medio-piccole ed i blog a parte  variazioni  di template (ma molto simili) ed qualche particolare espressione caratteriale dell’autore sembrano fotocopie a colori.

Probabilmente perché l’attenzione del giornalista/blogger è completamente monopolizzata dall’on-line news-hunting, dallo scrutare ininterrottamente le altre realtà. Oppure – e adoro quest’ipotesi – in questo preciso momento tecno-storico proprio non abbiamo modo di concentrarci sulla nostra ispirazione, sulle nostre idee, sulla nostra innovazione.

Il giornalsimo cartaceo ha delle scadenze nette, forse talvolta eccessive, strette, maniacali, ma ha dei tempi. Dei tempi che prevedono una fase di pubblicazione ed una fase di ragionamento; quantomeno offre lo spazio adatto alla riflessione.

On-line è diverso: ci si aspetta che il giornale o l’influencer di turno pubblici a distanza di un paio d’ore – massimo mezza giornata – un pezzo su ciò che è stato. Ci si aspetta poi un’immediata reazione, una discussione, un’argomentazione e una rielaborazione all’insegna della tempestività, del right-now.

A mio avviso quando il tempo scarseggia e lo spazio per la riflessione si riduce ai minimi termini, la logica prevale sull’interpretazione. Quindi fioccano articoli/post che dicono esattamente ciò che logicamente devono dire, niente di più.

Per non parlare poi dell’innovazione tecnologica (hardware, software, interfaccia, ecc. ecc.) che è praticamente sospesa.

E’ evidente che la maggior parte delle testate on-line non ha idea di come racimolare denaro, svendendosi alla pubblicità full-screen o ai prodotti editoriali complementari del tipo “siamo giornalisti ma vendiamo libri e calendari per campare“.

C’è bisogno di ripensare tutto, di innovazione, di freschezza.

Non ce la faccio più a vedere giornalisti che per stare al passo con i tempi si improvvisano marketing-guru, ingegneri di usabilità, tecno-innovatori ed esperti di Web. Detesto la linea del “il giornalista deve diventare anche un web developer o un web designer o un App Developer” .

Innovati o muori.

 

Il buon contenuto trionferà sul SEO

Dobbiamo essere interessanti

Uno dei servizi che offro ai miei clienti che intendono far decollare il proprio business è un set di brand pages su alcuni Social Wetwork.

Le brand pages vengono utilizzate come solidi punti di riferimento per catalizzare una serie di attività come l’advertising, il personal branding, il direct marketing, il sales promotion.

In poche parole sono delle piattaforme perfettamente in linea con i principi del Web 2.0, tramite quali è possibile amplificare o generare la creazione e lo scambio di contenuto user-generated o di campagne di viral marketing.

Differentemente dal modello di marketing tradizionale, i social media hanno modificato le fondamenta della comunicazione a partire dalla tipologia di contenuto all’implementazione, dall’idea di dover raggiungere il potenziale cliente all’idea di essere cercati dal cliente stesso.  Il lavoro di comunicazione che io e il mio studio offriamo si concentra sulla creazione di contenuto “interessante”, ovviamente interessante per i potenziali clienti. Quando il contenuto è di qualità, senza dubbio viene apprezzato, condiviso e discusso. Naturalmente lo stesso contenuto deve far parte di una strategia che in qualche modo crei un ritorno di immagine – e quindi di clienti – al proprietario della brand page.

Investire nel contenuto

A proposito del contenuto, c’è un messaggio che  non finisce di ripetere: “Good content trumps SEO” (il buon contenuto trionfa sul SEO).

E per dare credibilità a questa affermazione cito Matt Cuttsil direttore del team Webspam di  Google: “Non solo perché una persona mette il puntino su ogni ‘i’ e scrive bene l’HTML vuol dire che il suo sia buon contenuto”.

“Anche se fai cose terribilmente stupide oppure se ti fotografi i piedi, ma hai un buon contenuto, vogliamo che venga visto. [..]  non devi fare SEO”

Quindi possiamo decretare conclusa l’era in cui gran parte del budget per un sito veniva utilizzato per finanziare grandi e costanti operazioni SEO. Ovviamente sarà ancora necessario e fondamentale dotare i propri siti di un codice semanticamente perfetto, di ordine, correttezza e precisione, ma il contenitore non sarà certo più importante del contenuto.

Essere ospiti desiderati

Come dice Erri de Luca:

Io scrivo libri piccoli perché il libro è ospite del tempo di chi sta leggendo. E l’ospite se ne deve andare quando è ancora desiderato.

E questa poesia si applica anche concretamente al contenuto delle brand pages e al Web in generale.

L’effetto deve essere proprio questo: la propria presenza online deve stuzzicare l’interesse dell’utente ma non deve saziarlo del tutto; deve offrire risposte, ma anche domande.

Stategia, strategia, strategia

Un elemento importante della leadership è la capacità di delegare. Quando si è liberi professionisti o imprenditori questo è fondamentale, anche se a volte il costo e l’impegno possono essere validi deterrenti, non c’è altro modo per soddisfare le proprie ambizioni.

Io, ad esempio, mi fido ciecamente del mio team. Ma non è un atto di fede, bensì l’evidenza dei dati e la validità della nostra strategia:

  1. Passione: quando si ha a che fare con gli utenti di una community (o i fan di un brand) la passione è un ingrediente necessario per ottenere credibilità
  2. Pianificazione: agitarsi a caso non ha senso. Il mondo del social è impietoso e sa annientare chi non si presenta con coerenza e strategia.
  3. Osservazione: i social media e i suoi utenti sono soggetti a una costante e continua evoluzione, veloce ed incontrollabile. Occorre osservare, conoscere e capire.
  4. Creazione e monitoraggio di obbiettivi: la prima causa del fallimento degli obbiettivi è non averli. Questo vale in ogni campo.
  5. Gestione del budget: innanzitutto ci deve essere un budget. E questo, in Italia, potrebbe non essere scontato. In secondo luogo i soldi sono come dei “semi”: se piantati nel terreno fertile portano frutti, altrimenti muoino.
  6. Focus: bisogna essere in grado di rimanere concentrati. Lavorare con i social media può essere una perdita di tempo devastante per chi non sa mantenere il focus.

 

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Il quinto potere: il potere digitale

 

 

Per il mio blog sul magazine “FanPage” ho scritto un post sul quinto potere, ovvero il potere digitale.

Dare un nome alle proprie passioni non è facile, spero di essere riuscito almeno a rendere il post interessante.